sabato, 30 maggio 2009


LA POTENZA DELLA PRIMA VOLTA: L'HEURE D'ÉTÉ DI OLIVIER ASSAYAS

Regia: Olivier Assayas Cast: Juliette Binoche, Charles Berling, Jérémie Rénier, Edith Scob, Dominique Reymond, Valérie Bonneton, Isabelle Sadoyan, Kyle Eastwood.  Durata: 107' Nazione: Francia Anno: 2008 Sezione: Extra - L'altro Cinema

Potenza, forza, fisicità, eccesso, violenza. Il cinema di Olivier Assayas è un cinema vibrante, tutto teso a recuperare quella "potenza della prima volta," quella forza che il cinema degli inizi riusciva suscitare in ogni inquadratura. "Il cinema filmava tutto perla prima volta: i soli modelli erano esterni al cinema stesso, venivano dalla letteratura, dalla pittura, dalla poesia. Oggi, sommersi dalle immagini, i modelli sono tutti interni al cinema, sono le immagini stesse." La potenza della prima volta è quella forza che si scatena negli oggetti, nelle espressioni, nei gesti ogni volta inquadrati.
Recuperare quella forza è per Assayas la preoccupazione maggiore del suo cinema, ritrovare in in ogni singola inquadratura quel "centro poetico sperimentale" quella potenza primigenia e innovativa, quella "emozione vergine" che il cinema ha necessariamente al centro del suo stesso essere. Così ogni cosa nel cinema di Assayas vibra di vita propria, la rende unica, irripetibile, sperimentale, innovativa a prescindere da qualsiasi sovrastruttura narrativa, finanche la più semplice e lineare.
Ecco che allora, nell'ultimo film del regista francese, L'Heure d'été, i piani narrativi si intrecciano, subiscono vere e proprie metamorfosi e allo stesso tempo permangono nel loro essere singola inquadratura, scena, sequenza. In questo sviscerarsi metamorfico della linea narrativa affiorano in tutta la loro potenza vitale i temi della famiglia e del lutto, dell'oggetto e del suo valore, del travaglio adolescenziale e il passaggio generazionale. Al centro di tutto si trovano gli oggetti per se stessi e dell'abitazione che li contiene e gli dà senso. La casa è il luogo della conservazione e della perdita, della vita e della morte, del lutto e della memoria. Nella casa vive e muore la madre e prima di lui il prozio artista a cui l'anziana donna dedica tutta la sua vita e a cui si deve la prestigiosa collezione di oggetti e di mobilio che arredano fino all'eccesso la dimora di famiglia. É questa la linea della conservazione: niente cambia nell'arredamento della casa dopo la morte di Hélène, come niente "era stato toccato dopo la morte del prozio". In questa casa gli oggetti vivono nel loro strabordare disordinato, eclettico, anarchico - la scrivania di Majorelle, pezzo unico, nascosto dalle carte, la credenza di Hoffmann accoglie un giocattolo d'infanzia, la vetrinetta, sempre di Majorelle, ospita un vero e proprio ripostiglio - e muore - il gesso di Degas di cui non rimangono che cocci sparsi, il vaso primi '800 mandato in pezzi dalla badante, i pannelli dipinti insidiati dalla crescente umidità. É in questa fase rappresentata la generazione più anziana, il passato, il ricordo, la solitudine, l'accumularsi del souvenir nel doppio senso fisico e mentale, è lo status quo.
La casa dopo la morte di Hélène è il luogo del cambiamento radicale: essa viene progressivamente svuotata dei suoi oggetti che vengono meccanicamente rimossi, sradicati, impacchettati, ripuliti, riscoperti, ricostruiti, valutati, etichettati, musealizzati. "questa è la famosa scrivania di Majorelle: la vedremo meglio una volta sgombrate le carte": gli oggetti prima capaci di vita e di morte sono costretti ora alla reificazione, il loro valore da affettivo diventa effettivo (solo un oggetto si salva: un vaso di grande pregio preso dalla vecchia badante come ricordo, per continuare a metterci dei fiori: "Ho preso un pezzo qualsiasi, niente di valore: d'altra parte non avrei saputo che farmene di un oggetto di valore"). Gli oggetti diventano pezzi d'arte, restaurati ed esposti come cose tra le cose nelle ale del D'Orsay, messi in vetrina, accompagnati dall'etichetta esplicativa che la camera di Assayas lentamente e impietosamente rivela (visi, vetrina, oggetto, etichetta). Questa è la fase della generazione di mezzo, dei figli che lavorano all'estero, delocalizzati come le loro fabbriche di scarpe o come le industrie per cui disegnano oggetti, quella di chi "non ha mai tempo", delle scelte difficili, della carriera, dei soldi, delle scelte di vita. É il presente, la vita frenetica, la casa venduta, vuota, inaccessibile se non dallo sguardo della vecchia badante che cerca vanamente e con difficoltà di entrare (non a caso tutto viene ripreso dall'interno della casa). La casa è ridotta quindi a scheletro, scatola (s)vuota(ta) e vestita del suo solo valore economico: lutto, malinconia, oblio caratterizzano la fase di mezzo.
Dalla dialettica di queste due fasi opposte e complementari, scaturisce, quasi hegelianamente la terza fase, quella dell'ultima generazione. La casa diventa, quindi, luogo della trasgressione: già venduta, viene violata da Sylvie, la figlia adolescente di Frederic - già "beccata" dalla polizia a rubare e in possesso di erba - per ospitare una festa. La camera di Assayas in quest'ultima fase si fa imprevedibile e rapsodica e le inquadrature fisse lasciano lo spazio a quelle "a mano", al piano sequenza, al cambio repentino di soggetto. Come in L'eau froide (1994) la festa è la celebrazione e l'abbandono, il riecheggiare degli antichi fasti e il contemporaneo dimenticarli: "È morto il re! Evviva il re!" Nella festa si consuma il rito del passaggio generazionale: tutto metaforicamente brucia tra le fiamme della metamorfosi, consumando il dolore, dicendo addio a ciò che mai più sarà e dando il benvenuto al futuro. Tutto torna dove è iniziato: al laghetto, all'albero di ciliegio che appare all'inizio del film, il luogo segreto dove la nonna raccontava alla nipote le storie e le diceva che un giorno sarebbe tornata con le sue figlie e le avrebbe raccontato loro le sue storie. "Ora la nonna è morta, la casa venduta". Nel silenzio che segue la risposta lapidaria di Sylvie al suo ragazzo (l'estraneo) si dà infine la sintesi; il lutto viene rielaborato, il dolore consumato, la responsabilità viene assunta e il ricordo diventa testimonianza. In quel silenzio volto al fuori campo Sylvie sembra dire "Io c'ero" e allo stesso tempo "Eccomi, sono qui".
Non resta che ritornare. Nel veloce allontanarsi dei due ragazzi nei campi dietro il muretto scavalcato, l'albero di ciliegio,il passato viene lasciato alle spalle: ora una nuova vita comincia.

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sabato, 30 maggio 2009

LO SPECCHIO E LA CANDELA: IL J'ACCUSE DI PETER GREENAWAY: INCONTRO CON PETER GREENAWAY + REMBRANDT'S J'ACCUSE






Regia: Peter Greenaway  Cast:Jodhi May, Nathalie Press, Peter Greenaway, Eva Birthistle, Emily Holmes, Jonathan Holmes, Michael Teigen Durata: 86' Nazione: Paesi Bassi/Germani a/Finlandia Anno: 2008  Sezione: Extra - L'altro cinema

"Avere gli occhi non significa saper guardare". Il dito puntato su una (in)civiltà dell'immagine, che è in realtà una civiltà del testo  è quello di Peter Greenaway che attraverso Rembrandt costruisce il suo personale J'accuse contro il cinema contemporaneo, testuale, povero, illustrato. Rembrandt e il suo capolavoro, la cosiddetta "Ronda di notte" (ma il nome è "postumo") diventa allora paradigma privilegiato con cui ridare valore a quella immagine che spadroneggia sulla contemporaneità imponendoci la sua paradossale dittatura del testo.
Se poter vedere non vuol dire saper guardare, allora per vedere bisogna imparare a guardare: l'immagine è quindi già sempre immagine - inganno, doppio gioco irriducibile e paradossale del cinema, vera e propria condizione di possibilità dell'arte cinematica. Candela e specchio, luce e inganno: se il cinema è luce che affiora dal buio è nello scarto chiaroscurale tra visibile e invisibile che si gioca la visione cinematografica stessa: vedere è allora già sempre vedere due volte, ripercorrere l'archivio, ovvero tornare già sempre all'origine, al cominciamento, all'archè dell'immagine iniziale. La ronda di notte diventa ronda di notte, o meglio, si disvela per quello che già è solo alla luce del percorso che ci ha riportati in ultima istanza a se stessa; il passo avanti è passo indietro, la svolta è tornante: i 30 misteri ripercorsi da Greenaway sulla tela del pittore olandese hanno senso solo se rapportati al trentunesimo. La spiegazione è tale in quanto inizialmente (e finalmente) dissimulata, ovvero mistificata. La ronda di notte è un J'accuse proprio perché dissimulata nel suo contrario, un semplice ritratto di milizia olandese ambientato in notturna (da cui il nome Ronda di notte, appunto - il nome stesso, testuale, è pura dissimulazione). Ma se l'immagine cinematografica è già sempre inganno e doppio gioco ecco che il dito d'accusa dipinto da Rembrandt non è che il dito d'accusa di Peter Greenaway e il Rembrandt's J'accuse è in realtà il Greenaway's J'accuse che forte risuona in controluce dell'indagine di ricostruzione del dipinto rembrandtiano. Tra le righe del discorso filmico di smontaggio/rimontaggio greenawayano (immagini (ri)tagliate, rimontate, sovrapposte, alterate, ricreate) si cela l'ulteriore paradosso della lettura dell'immagine: testo filmico, parole, grammatiche, particelle: vedere è leggere in ultima istanza, la frontiera è liquida e reversibile. Quei due occhi che ci guardano frontalmente, dritti negli occhi, dalla tela di Rembrandt (Rembrandt stesso e la figura del testimone/spione) si fanno in Greenaway sola cosa: chi lancia l'accusa è quindi allo stesso tempo colpevole, giudice e carnefice, mandante ed esecutore, vittima e testimone. Sul crinale di questo intrecciarsi di soggettivazione e de-soggettivazione (nel contemporaneo trovarsi dentro e tirarsi fuori dalla vicenda) si gioca e affiora infine la testimonianza in quanto tale. Testimone è colui che si assume una responsabilità nei confronti di ciò che è testimoniato, quella stessa responsabilità che si prende il pronunciatore del J'accuse: "sono io e solo io a prendermi la responsabilità di accusare". Sono le due facce della stessa medaglia; su entrambe si trova la stessa effige incisa, quella di Peter Greenaway.


 

ESTÔMAGO

Regia: Marcos Jorge  Cast: João Miguel, Fabiula Nascimento, Babu Santana, Carlo Briani, Zeca Cenovicz, Paulo Miklos, Andrea Fumagalli Betina Belli, Luiz Brambila, Ed Canedo Durata: 100' Nazione: Brasile/Italia Anno: 2007  Sezione: Focus -L'occhio sul mondo

Dalla vista al gusto. È infatti questo il senso privilegiato dal film che ha degnamente aperto la sezione L'occhio sul mondo - Focus, Estômago del regista brasiliano Marcos Jorge. Il film, un tragicomico pseudo-noir gastronomico dal sapore agrodolce e dalla tinte macabre, si destreggia abilmente nell'andirivieni temporale della vita del protagonista, mantenendo sempre ritmo e attenzione a livelli medio alti. Sempre attento a non prendersi mai troppo sul serio, Estômago, amalgama bene i diversi sapori presenti nella pellicola - dal noir al carcerario - evitando la pericolosa eventualità di divenire una specie di documentario alla Gambero Rosso intervallato da congrue sequenze squisitamente fiction. E invece, pur essendo il cibo e la sua preparazione sempre presente in scena - perfino in quelle erotiche - il tutto risulta gustoso e verosimile e le atmosfere al limite del parodistico del noir sono perfettamente restituite. Certo, Estômago non ha pretesa alcuna e non si sbilancia mai oltre la soglia del puro intrattenimento. Ma la realizzazione, tra regia e sceneggiatura, vale bene il prezzo del biglietto e a fine proiezione, per una volta, non ci si può proprio lamentare.

sabato, 30 maggio 2009

eXistenZe: INCONTRO CON DAVID CRONENBERG






"La tecnologia è un'estensione del corpo umano. Qualcuno sostiene che questo provochi una disumanizzazione. Non è così: non esiste una tecnologia che non sia umana. Quindi la tecnologia è umana." Il rapporto corpo - macchina, carne - protesi, identità - violenza: in questa frase c'è tutto il cinema di David Cronenberg. É un viaggio alle radici dell'esistenza umana quello che si è consumato con lo stesso Cronenberg durante l'incontro con il pubblico giovedì scorso, un incontro denso e importante che attraverso tutta l'opera del maestro canadese ha condotto gli spettatori nei meandri di quel "discorso filosofico rivolto a se stesso" che è la lunga filmografia del maestro canadese.
La mosca, Videodrome, Inseparabili, Il pasto nudo, Crash, eXistenZ, A History of Violence, La promessa dell'assassino sono tutte declinazioni e parti di questo discorso, una penetrazione esistenzialista ai limiti dell'umano stesso e di cui il corpo è la base essenziale e fondamentale: "In Inseparabili (1988) uno dei gemelli si chiede perchè non vi siano concorsi di bellezza per l'interno del corpo. L'uomo non si è ancora rassegnato alla sua totalità; così è più facile inventarsi una esistenza che proseguirà oltre noi stessi, piuttosto che prendere atto della nostra effimera realtà" E ancora, entrando nel dettaglio sul ruolo della tecnologia in questa dialettica esistenza reale ed esistenza immaginata: " A volte queste nuove realtà prendono il sopravvento l'una sull'altra come in eXistenZ (1999), dove un videogioco si sovrappone alla vita reale fino ad impadronirsene" mentre, in Videodrome (1982) "ho voluto vedere fino a che punto un mezzo di comunicazione come la televisione - e non solo - potesse giungere a cambiare la realtà di una persona, semplicemente influenzandone la personalità, poiché è attraverso la propria personalità che l'uomo crea la realtà. D'altra parte è impossibile parlare di realtà oggettiva se pensiamo agli esseri umani. Nel caso specifico, la realtà di Videodrome era diventata l'unica realtà per il protagonista, rimanendone completamente imprigionato". Ecco emergere un altro dei temi fondanti del cinema di Cronenberg: il rapporto con la propria identità: " L'uomo crea e rimodella la propria identità ogni giorno e ogni giorno la deve necessariamente ricostruire e lavorare. Quando si perde il controllo su questo processo si finisce per rimanerne intrappolati o irrimediabilmente scissi: ne è un esempio la schizofrenia che ho trattato in un film come Spider (2002)." Mentre tornando al rapporto dell'uomo con se stesso: "C'è a mio avviso una malattia più universale dell'AIDS: è l'invecchiamento. Se viviamo abbastanza a lungo dobbiamo sopportare la disgregazione del nostro corpo. L'uomo è così costretto a fare i conti con la propria mortalità."
Leggendo trasversalmente gli interventi del regista canadese si vede affiorare la figura di un uomo altamente instabile, sempre in conflitto con se stesso, impegnato ogni momento a preservare la sua identità e personalità, in costante cambiamento e in perenne dissidio con il suo stesso io, il suo corpo, le sue protesi con cui arriva a coltivare, per converso, vere e proprie performance sessuali. Il corpo cronenberghiano è un tavolo da laboratorio, un corpo già sempre violato e violabile, un corpo-base gia sempre aperto all'innesto (bio)meccanico. Ecco che allora la violenza sul corpo, sulla carne, sull'Io è il vero e proprio bisturi che cui Cronenberg opera, non da burattinaio (come amava definirsi Hitchcock), ma da osservatore esterno che sviscera l'oggetto della sua ricerca con incredibile perizia. Mostrare (cinematograficamente) la violenza significa per Cronenberg "prendere atto di quello che l'uomo è capace di fare, anche di terribile. E ciò è difficile da accettare per l'uomo che preferisce nascondere, piuttosto che mostrare". Allora mostrare è già sempre mostrarsi, rivelarsi per quel che si è. Tutto si gioca sull'accettazione di se stessi, nell'accogliersi. É questo il nodo gordiano del cinema di Cronenberg e di quell'animale dotato di linguaggio chiamato uomo.

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sabato, 30 maggio 2009

UNA FORMALITA' CHIAMATA AL PACINO: INCONTRO CON AL PACINO E CHINESE COFFEE






Regia: Al Pacino  Cast: Al Pacino,Jerry Orbach, Susan Floyd Durata: 99' Nazione: USA Anno: 2000  Sezione: Extra - L'altro cinema

Cosa ci si aspetta da un attore che viene ad un incontro pubblico? Soprattutto se questo attore è uno "dei più grandi attori viventi"? Impossibile non porsi questa domanda mentre Al Pacino si prende la sua serata facendo il possibile per strabordare laddove invece le domande, le solite - i cattivi, il rapporto attore personaggio ecc - non glielo permettono, ingabbiandolo in una composta performance da salotto, buona per il pubblico - facinoroso direbbe "qualcuno" - per fare casino ad ogni scena più o meno cult mostrata.
Si divincola, prende il comando della situazione quando finalmente lo liberano da quella sedia, passando ai sette minuti di anteprima del suo nuovo film e alla presentazione di Chinese Coffee: " Prima i sette minuti, poi torno a parlarvi del film!". Si vede che vorrebbe fare di più, ma che in fondo è tardi e la gente già svicola dalle porte.
La risposta alla domanda, allora si dà da sé. Il pubblico di Al Pacino è un pubblico nazional-popolare, di quelli che "viene Al Pacino, non posso mancare": è tutta questione di immagine; conta l'interprete o forse neanche quello, visto che a vedere il film siamo rimasti davvero in pochi.
Importa l'icona, l'eidolon di Al Pacino e nulla più. Forse su quella sediolina rossa Al Pacino sentiva la contraddizione e voleva scioglierla, a suo modo:a avrebbe voluto agitarsi sul palco, improvvisare qualcosa, "farcela vedere". Ma l'organizzazione del festival lo amministra come una madre con il bambino troppo vivace e tutto finisce in una grossa bolla di sapone.
Intendiamoci, Al Pacino risponde bene, non è mai scontato o banale, è disponibile, dalla battuta (quasi) facile. E tuttavia rimane un senso di perdita, o meglio, di mancanza. Forse siamo dei romantici, ma pensiamo che ogni incontro, specie quando l'oggetto dell'incontro è uno come Al Pacino, sia un evento nel senso di qualcosa che irrompe nella nostra vita e la cambia irrimediabilmente. In che modo avrebbe potuto cambiarci la vita un attore, Al Pacino in particolare? Recitando, semplicemente. Un Al Pacino a briglia sciolta, anche per pochi minuti, passando da Coppola a Shakespeare: anche solo poche battute del monologo di Shylock le avremmo ricordate per sempre. E invece alla fine non rimane allo spettatore che un ombra fugace di un incontro che, se nelle logiche del festival (sappiamo la solfa: popolare ecc) funziona benissimo, di fatto lascia poco e niente.
Non meno frustrante il film inedito (del 2000) che ha seguito l'incontro:
Chinese Coffee. Tratto da una piéce teatrale a firma - e a misura - di Al Pacino, Chinese Coffee è un sentito dialogo tra due falliti, due uomini ai margini di loro stessi ad una resa dei conti dai toni esistenziali. Le prove dei due interpreti (Jerry Orbach e lo stesso Al Pacino) è magistrale e la piéce è costruita alla perfezione come una escalation di toni che si esplica in un botta e risposta sempre più serrato fino a sfociare nel suo opposto, due monologhi finali che segnano insieme lo spannung e lo scioglimento della tensione teatrale. Si scava in profondità nella condizione umana, fino al fondo e poi, in qualche modo si risale. Ma in Chinese Coffee manca qualcosa: questo qualcosa è proprio il cinema, quel cinema che invece di essere protagonista si limita a riprendere passivamente quello che è di fatto poco più di teatro filmato (gli inserti di flashback non bastano ad uscire fuori dal palco, anzi, lo fanno rimpiangere -perlomeno a tratti) con il risultato che il film non è né teatro né cinema. I due linguaggi si limitano a vicenda invece di dialogare tra loro dialetticamente, vanificando di fatto la trasposizione.
Il cinema, aldilà di tutto, ne perde soprattutto in fruibilità mentre il teatro si sente costretto nell'inquadratura che ingabbia ineluttabilmente i due protagonisti che recitano, nonostante tutto, col freno a mano tirato. Altra cosa sarebbe stato assistere dal vivo allo spettacolo, mentre così, nel susseguirsi infinito di controcampi più o meno statici, si finisce per annoiarsi e basta.

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lunedì, 25 maggio 2009

ALBAKIARA




Regia: Stefano Salvati  Cast: Raz Degan, Davide Rossi, Laura Gigante, Alessandro Haber, Dario Bandiera, Vito, Kelly Renee Potts, FabrizioSabatucci, Loredana Cannata   Durata: 93' Nazione: Italia Anno: 2008

"È finito il tempo delle mele, puttana". La frase che conclude il film, nella sua evidente ridicolaggine, finisce per dire qualcosa di vero: Il tempo delle mele, il tempo delle piccole grandi trasgressioni di una Sophie Marceau quattordicenne è finito. Al suo posto il mare magnum delle emozioni forti e pericolose: con una battuta (scontata) si può dire che inizia, con questo film, il tempo delle pere.
Sarebbe questa l'epoca della cosiddetta generazione K, aggiornamento di quella generazione X che negli anni '90 fece la sua comparsa e di cui la K non sarebbe che reiterazione e aggravamento;
AlbaKiara ne vuole essere specchio e rappresentazione, quello squarcio sul velo di Maia che ne mostra la crudezza, senza le mielose smussature di quegli stessi film (e canzoni?) di cui si propone di essere boia definitivo. La realtà così come essa è: dura, forte, scioccante, disinibita. Rappresentazione, specchio: il grande male del film che da giustiziere lo rende carnefice risiede nell'assunzione acritica di queste due parole; non si può infatti negare ad AlbaKiara di rappresentare la realtà come essa è, né di non esserne fedele riflesso: ma il cinema non può essere semplicemente questo. Forse per deformazione professionale (Salvati ha lavorato per circa trent'anni come regista di videoclip), le buone intenzioni si risolvono nel suo contrario: in una lunga e, a (lunghi) tratti noiosa, promozione di uno stile di vita a base di droga, sesso e musica house. Contrari a tutte le censure, non possiamo esimerci dal segnalare la pericolosità di un simile riflesso, nonostante, lo ripetiamo, le migliori delle intenzioni, che finirebbe/finisce per creare più danni del mieloso Moccia (che in fondo si limita all'amore zuccheroso). Tolta la parte palesemente di finzione - inutile dire che il messaggio sulla droga è inequivocabile perché i personaggi coinvolti muoiono, se poi muoiono, per cause di fatto esterne (e altamente improbabili) alla droga stessa - rimane al ragazzo quindicenne, ammaliato (?) dal linguaggio "videoclipparo" del film, la percezione che quella movida sia il migliore dei mondi possibili (sballo, sesso disinibito, musica tunz tunz, soldi facili, canne, coca, pasticche, gare di sesso orale ecc ecc) e che, ammesso e non concesso di essere "beccato", o, ancora più improbabile, di essere ucciso a sangue freddo dal poliziotto corrotto voglioso di riprendersi i suoi 200 chili di coca purissima, questo stile di vita non produrrà effetti collaterali (e mortali) di alcun genere. AlbaKiara, quindi, non è altro che una medaglia da una faccia sola, la pericolosa (involontaria) dimostrazione che è tutto oro quel che luccica e chi troppo vuole alla fine stringe tutto, salvo particolari esigenze di trama: la camera non si distacca mai, non prende mai una posizione, ma si limita ad osservare passivamente senza mai intervenire realmente. Basti citare grandi film come Jungle Fever di Spike Lee, Innocenza selvaggia di Philip Garrel, Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel perché lo scarto tra loro ed AlbaKiara si evidenzi in tutta la sua incolmabile discrepanza: se lì la realtà deprimente e mortale che la droga produce si svela allo spettatore come il ritratto a Dorian Gray, in AlbaKiara lo specchio continuerà a rispondere instancabile che la più bella del reame sei proprio tu. E nessun altro.

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lunedì, 25 maggio 2009

TROPIC THUNDER



Regia: Ben Stiller  Cast: Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Brandon T. Jackson, Jay Baruchel, Danny Mcbride, Steve Cogan, Nick Nolte, Tom Cruise, Brandon Soo Hoo   Durata: 107' Nazione: USA/Germania Anno: 2008

Il gioco metacinematografico di Tropic Thunder è manifesto fin dai primi fotogrammi del film,  quando spetta a dei finti trailer (un piccolo gioiello quello che fa la parodia a Luther) presentare i personaggi del film nel film, vera e propria protagonista della nuova pellicola diretta da Ben Stiller dopo il divertissement grottesco-cult Zoolander. A metà tra parodia e un canonico film di guerra, Tropic Thunder brilla più per la succitata riflessione metacinematografica che per la supposta critica al sistema hollywoodiano, né più né meno di tante altre blande satire sull'argomento che ci sono pervenute in questi anni.
Uno dei compiti/doveri del cinema è la capacità di riconfigurare il reale attraverso la finzione, ovvero di arrivare al fattuale attraverso il finzionale, l'arrivare cioè né più né meno a quello che già siamo attraverso la finzione. Nello scarto tra quello (che già) sono e il mio ritornare ad essere quello che già sono alla fine del percorso di rilettura finzionale risiede quella riconfigurazione che è propria del cinema e ne fonda il linguaggio. È possibile che accada il contrario? Ribaltando i termini è questo che apparentemente accade in Tropic Thunder: il personaggio interpretato da Stiller riesce a piangere (ad assumere quindi un atteggiamento squisitamente finzionale) solo dopo l'immersione nel reale (la guerra vera), cioè quando viene a ripetersi la scena madre vista all'inizio del film (una ripetizione prontamente ed ironicamente svelata: alla battuta da copione pronunciata dal personaggio di Downey Jr. "Copritemi!" risponde il finto soldato "Con che cosa lo copriamo?" - in quel frangente reale non hanno armi finte né vere). Ma, è stato già anticipato, il ribaltamento è solo apparente: oltre le camere del film finzionale (cioè quelle che dovrebbero riprendere il film Tropic Thunder e di cui i vari personaggi sono attori) ci sono, ed è inevitabile che sia così, anche le camere fattuali che riprendono effettivamente il film Tropic Thunder diretto da Ben Stiller. Il bagno nel reale, il loro trovarsi in una guerra vera è de facto funzionale anch'esso e la convinzione (finzionalmente, a conti fatti, sbagliata: la guerra è vera) del personaggio di Stiller di continuare a trovarsi nel film di cui è protagonista risulta essere paradossalmente giusta: all'annunciazione delle scene del copione, ad esempio il personaggio di Stiller leggerà: "ESTERNO/GIORNO Quadrifoglio inquadrato da solo nella foresta"; seguirà effettivamente la suddetta inquadratura ad opera, però, non delle camere finzionali da cui Stiller crede di essere ripreso, ma da quelle fattuali che finiscono per coincidere con quelle finzionali. La camera fattuale prende in carico, allora, il film Tropic Thunder (non quello diretto da Stiller, ma il suo omonimo finzionale) riproducendosi in un vero e proprio film di guerra (vengono abbandonati gli stilemi da parodia vera e propria nonostante permangano le battute, comunque ben più rarefatte) fino al riproporsi della scena iniziale in cui finalmente Stiller riesce a piangere (e piange sia finzionalmente che fattualmente). Il percorso è dunque compiuto, il gioco metacinematografico definitivamente concluso? Non proprio: con un ovvio, ma significativo ulteriore passaggio, l'inquadratura finale di quello che dovrebbe essere finzionalmente lo scorcio fattuale della storia (la guerra vera) diventa l'inquadratura finale di un ulteriore film, girato dal personaggio di Stiller sulle vicende da lui finzionalmente vissute durante la lavorazione del film Tropic Thunder. Con l'aggiunta di una terza camera il gioco è ulteriormente complicato e raffinato: tre film vengono contemporaneamente girati, quello funzionale, quello fattuale (che prende in carico il funzionale) e quello metafinzionale a sua volta ripreso nuovamente dal fattuale che torna ad essere film a sé, quello che lo spettatore di fatto vede al cinema.
Ci fermiamo qua: il rischio è quello di sopravvalutare le intenzioni effettive di Stiller e di sovraccaricare il discorso, che pure parte da elementi effettivamente presenti nel film, ma che ovviamente non ha mai puntato così in alto. Si prendano allora questi come brevi appunti a posteriori sul film che, preso così com'è, è e rimane un gustoso divertissement che mischia la parodia col dramma, la satira (ahimè veramente poco pungente per uno come Stiller) alla battuta pura (finanche troppo volgare, per come eravamo stati abituati nei film precedenti). Certo, impossibile non notare allusioni, citazioni, giochi di film nel film - in fondo Stiller è un attore piuttosto "colto" -  e non darne atto, se non altro per l'abilità di gestione di tanti elementi che, nonostante diverse sbavature qua e là, vengono amalgamati con perizia con passaggi fluidi e ben portati dalla battuta e dalla situazione. Un film che accontenterà alcuni e scontenterà altri, questo Tropic Thunder; una cosa è certa: liberato da tutte le sovrastrutture a priori e dai discorsi più o meno teorici, il film ha perlomeno il merito di tentare una nuova via alla parodia, una nuova via che spesso convince e che comunque riesce sempre a regalare una sana risata. Nel periodo delle parodie clone (a se stesse, of course) un film come Tropic Thunder è vera e propria manna dal cielo.
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mercoledì, 07 gennaio 2009


STELLA

Regia: Silvie Verheyde  Cast: Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Melissa Rodrigues, Laëtitia Guerard, Guillaume Depardieu, Johan Libereau, Jeannick Gravelines, Thierry Neuvic, Valérie Stroh, Anne Benoit, Christophe Bourseiller   Durata: 103' Nazione: Francia Anno: 2008 Sezione: Giornate degli autori

È nata una  Stella. Lontana dai soliti stereotipi-clichè sull’adolescenza di cui tanto si riempiono la bocca i filmacci nostrani e non solo, la pellicola di Silvie Verheyde si immerge con coraggio nei territori proibiti della pubertà, quelli che la censura indicherebbe/indica come immorali, depravati, diseducativi. Storia di confine, di linee d’ombra in-superate/in-superabili sullo sfondo/protagonista dei seventies francesi Stella è allegoria e tradimento del passaggio ineluttabile: undicenne già adulta e quindi assolutamente infantile, peanut alla moda e meno ingenua dei disincantati adulti-bambini (o viceversa?) di Schulz, Stella è esempio perfetto e metauniversale di una età e in retrospettiva di un’epoca, di una condizione sociale, di un tipo familiare.
Un elettrone impazzito senza collocazione nel mondo, nel suo mondo, nel mondo degli altri, come tutti gli adolescenti di questo mondo, in un mo(n)do o nell’altro, una contraddizione interna rivestita di paradosso e coperta da una apparente corazza da adulta: dentro c’è tutta la fragilità, la trasgressione, ma anche l’ingenuità, la tenerezza, i sogni di una undicenne alla fine (o dall’inizio) come tutte le altre e tutti gli altri: Stella non condanna mai, ma si limita a mostrare quello che è e che la post-borghesia continua a voler far finta di non vedere; lungi dal piazzare indici deneganti davanti ai teleschermi, o ad estetizzare stili di vita più o meno deprecabili come pure è stato fatto, la pellicola della Verheyde incide proprio lì dove non interveniente e lascia che sia.  Storie di età, di epoche, di società: Stella è un diario malconcio, un quadernetto di appunti contornato da mille scarabocchi che tra le sue pagine trasparenti fa intravedere le righe della Storia, consapevole che quella Storia è anche la nostra, quella di tutti di noi, che più o meno anni fa, più o meno tra qualche anno passeremo o abbiamo passato quel anno (scolastico) cruciale, quella linea invisibile da cui, come Conrad ci insegna, non si torna più indietro: purtroppo o per fortuna.
venerdì, 26 dicembre 2008



PRANZO DI FERRAGOSTO

Regia: Gianni Di Gregorio  Cast: Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Marina Cacciotti, Grazia Cesarini Sforza, Maria Calì   Durata: 75' Nazione: Italia Anno: 2008 Sezione: SIC. Settimana Internazionale della Critica Premi: Leone del futuro

Infinite sono le vie del cinema. I motivi per cui il pubblico sia rimasto così entusiasmato da un film come Pranzo di ferragosto rimane tutt’ora, se non misterioso, quanto meno dubbio. Un film parentesi (forse anche un film tra parentesi), una parentesi che lascia il tempo che può lasciare una parentesi come le altre. Eppure ha trafitto il cuore di tutti, a partire dalla giuria capitanata da Kechiche che non ha esitato a conferire a Di Gregorio un anacronistico, quantomeno paradossale se non altro, Leone del futuro. Aldilà dei piccolissimi meriti del film (sceneggiatura decente, attorialmente ben retta, registicamente lasciata andare in automatico) si trova forse in Pranzo di Ferragosto un condensato dei problemi del nostro cinema (cioè del cinema nostrano).
A. La qualità del nostro cinema è bassa, bassissima. Lo è a tal punto da gridare al capolavoro davanti ad un opera mediocre, per quanto simpatica, come Pranzo di Ferragosto.
B. Il nostro pubblico è affamato di buone pellicole. Se hanno fatto la bufera per il film di Di Gregorio, immaginiamo per pellicole infinitamente superiori.
Corollario. Un certo pubblico, perlomeno. Forse è ancora più importante. Esiste un pubblico altro rispetto a quello dei cinepanettoni. Non è una legenda: è vivo e lotta insieme a noi; e in grande quantità. Non una miserrima parte della nostra società.
C. La nostra industria è inesistente. Ed è vecchia, arrugginita, quasi ferma. Di Gregorio è uscito fuori a sessanta anni. È vero: è una eccezione, ma allarghiamo la casistica. Il nostro meccanismo di ricambio è così vicino all’immobilità da consentire premi paradosso come quello di un leone del futuro ad un sessantenne. Di gregorio è già bruciato nel momento stesso della sua consacrazione: per un regista, magari con del talento, esordire (costretto ad esordire) a così tarda età rischia di essere fatale. È ingiusto, oltre che assurdo.
I media hanno trasformato Pranzo di Ferragosto nel suo opposto, il trionfo della terza (quarta, quinta) età, la rivincita delle vecchiette e dei vecchietti, hanno rovesciato la medaglia nascondendo, ancora una volta, la sporcizia sotto il tappeto della apparente celebrità.
E invece dietro c’è tutto l’inquietante paradosso e lo sterminato nulla del nostro cinema condannato a se stesso ove le uniche voci che vi risuonano sono quelle di echi lontani e ormai mai più raggiungibili.
Non solo una parentesi, non solo un film tra parentesi, ma soprattutto un film messo tra parentesi, un granello di sabbia prontamente trasformato nell’ennesimo ingranaggio di una macchina immobile, una bomba prontamente disinnescata prima che il botto, per una volta non legato alla effettiva  qualità del film, ci richiamasse alla desolante realtà: (boom).




martedì, 09 settembre 2008


TEZA

Regia: Haile Gerima  Cast: Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene  Durata: 140' Nazione: Etiopia/Germania/Francia Anno: 2008 Sezione: Concorso Premi: Osella per la miglior sceneggiatura, Premio speciale della giuria

Teza è la rugiada, "ciò che quando torno già non trovo più" secondo l'indovinello proposto da un ragazzo agli altri compagni all'inizio del film. E la rugiada è il popolo etiope, in balia da più di sessant'anni di regimi (fascisti e comunisti) e guerre civili. Rugiada sono i  giovani alunni della scuola del villaggio di Amberber, destinati appena poco più grandi al martirio forzato per la madrepatria, per l'una o l'altra fazione.
Rugiada sono gli adolescenti costretti, per lo stesso motivo, alla macchia o alla reclusione volontaria; e rugiada è anche lo stesso Amberber, che nonostante la sua conoscenza non riesce a fare niente per il suo popolo. Tutto In Etiopia è come la rugiada: scompare al sorgere del sole. Allora ad Amberber non resta che rifugiarsi nell'infanzia, nel ricordo: ma è anche quella è scomparsa, uccisa da un colpo di fucile.
È un dramma personale quello di Amberber, un dramma che si estende lungo l'arco della sua intera vita abbracciando così tutta la Storia recente del suo paese che invade con mille rivoli la propria odissea, impregnandola irrimediabilmente,  divenendo da sfondo assoluta protagonista. L'odissea di Amberber si trasforma così in epopea: l'epopea di un intero paese e di un intero popolo, che travalica i meri confini geografici ed emigra in Germania, mostrando altre facce di medaglie che alla fine però hanno una faccia sola, quella della violenza e dell'intolleranza, così nella comunista Etiopia, così nella democratica Germania Ovest.
La Storia penetra e il dolore di Amberber si fa universale, quello dell'Etiopia metastorico; dolori che sono ineluttabilmente intrecciati tra di loro, quasi in un indistinto flusso che si esplica nelle continue violenze psicologiche e fisiche subite da Amberber, scorci di Storia, foci di quei rivoli che invadono la personale storia del novello Ulisse liberandolo dal particolare e consegnandolo ad uno sguardo più ampio, che ci raccoglie tutti.
Il cinema di Haile Gerima è il testimone eminente di questa Epopea mitica, quasi archetipa (i riferimenti, i personaggi, i richiami, le strutture mitiche ed epiche ricorrono più volte) e lo fa utilizzando al meglio tutti gli strumenti del suo linguaggio. A partire dalla struttura narrativa, straordinario incastro di passato e presente che dà vita ad un rapporto inversamente proporzionale tra i due, per poi incontrarsi e ricongiungersi nel finale, fino al meraviglioso montaggio che ripercorre i più svariati stilemi: dai ritmi veloci fatti di stacchi brevi che alternano primissimi piani ai campi lunghi, dettagli a piani medi - quasi un montaggio ejzenštejniano - a ritmi più lenti e cadenzati, con la predominanza dei paesaggi e delle figure intere. La fotografia, vivida e allo stesso tempo rarefatta, alterna i colori caldi dell'Etiopia a quelli freddi della Germania, laddove le sequenze di Addis Abeba (la città più occidentale dell'Etiopia) incarnano entrambe le gamme dando vita a stranianti paesaggi dai toni rauschenberghiani. Così come l'uso della colonna sonora che va dalle tonalità calde del free jazz a quelle ritmate dei canti tribali.
Haile Gerima non si limita a raccontare, ma interviene, mischia, intreccia i piani, li confonde e li sovrappone (la straordinaria sequenza dell'uccisione da parte dei governativi di un bambino del villaggio, sovrapposto perfettamente con "l'omicidio" dell'infanzia di Amberber o l'agghiacciante sequenza dell'uccisione dell'amico ad Addis Abeba, alternata con lo squartamento di un bue - altra citazione di Ejzenštejn?). Il risultato è un affresco visivo e sonoro di rara bellezza che incanta e terrorizza lo spettatore costringendolo alla poltrona col fiato sospeso fino all'ultimo fotogramma.
Nonostante la partenza eccessivamente esplicativa e a tratti ridondante, il film di Gerima riesce nella delicata impresa di trovare un equilibrio perfetto tra storia e Storia, prendendo posizioni forti ma non di parte, testimoniando l'orrore senza scadere nella facile pietà da marciapiede o nella ancor più facile compassione estetizzante dell'ipocrita.
Ma l'opera di Gerima non è solo un'opera universale e metastorica, ma anche un'opera capace di passare in rassegna tutti i generi classici, sommandoli e sottraendoli a piacimento, in una continua metamorfosi che va dal mito (Prometeo) all'epica (Odissea), fino a toccare la tragedia (Cassandra). Si va sempre più alla radice: e in un'ultima, straordinaria metamorfosi, Teza abbandona le pieghe dell'epopea per volgere alla fiaba, sfociando nel simbolismo primigenio che fa capo alla natura, nel cuore delle tradizioni africane. Torna allora la rugiada e il cerchio si chiude; la rugiada, ciò che già sempre scompare è anche ciò che già sempre ritorna, al mattino, a bagnare le piante e le cose. Ogni mattina, tutti gli anni, finché c'è vita. La metafora è manifesta: potrai sottrarci i bambini, potrai affamarci, potrai ammazzarci e distruggerci, ma noi torneremo sempre a bagnare quelle piante, più caparbi di prima; Prometeo riesce alfine a portare il fuoco agli umani. È il fuoco della conoscenza, prima così inadeguata a risolvere i problemi di un intero paese, ora l'instancabile speranza di una nuova generazione di ragazzi del villaggio, a cui Anberber decide di fare da insegnante, prendendo il posto del maestro scomparso.
Perché la goccia di rugiada è piccola, ma ce ne sono tante quante sono i fili d'erba che ricoprono la terra: un'infinità.

martedì, 09 settembre 2008


SUKAI KURORA - THE SKY CRAWLERS

Regia: Mamoru Oshii  Cast (voci): Rinko Kikuchi, Chiaki Kuriyama, Shosuke Tanihara, Ryo Kase  Durata: 122' Nazione: Giappone Anno: 2008 Sezione: Concorso

C'è qualcosa che stride nell'ultimo film del maestro dell'animazione nipponica Mamoru Oshii, The Sky Crawlers, secondo anime in concorso dopo il Ponyo a firma Miyazaki. C‘è qualcosa, nonostante la sontuosità ammaliante delle immagini che scorrono in un flusso (in)distinto di CGI e matite, che non convince mai del tutto e che finisce per lasciare lo spettatore perplesso e indeciso sull'effettivo valore del film.
Se da una parte è impossibile non riconoscere lo straordinario impianto tecnico/formale del film, adattato perfettamente alle atmosfere rarefatte della storia (in questo caso l'utilizzo diffuso dell'effetto flou non stucca, anzi è un forte richiamo al tema delle nuvole - splendide, mai viste di così vaporose - che la fanno da padrone in un mondo che combatte una guerra d'aria), dall'altra sono altrettanto evidenti i problemi di scrittura. L'impressione generale che ne vien fuori ha un che di paradossale: le due ore di minutaggio del film infatti sono, in fin dei conti, sia troppe che troppo poche. Troppe per la storia in sé: sarebbe bastata una mezz'ora, per sviluppare la trama guadagnando sia in termini di ritmo (a lunghi tratti davvero troppo dilatato) sia in termini di forza narrativa che contenutistica (l'impatto sarebbe stato più d'effetto e meno telefonato). Nondimeno, i centoventi minuti del film risultano troppo pochi per come la storia è stata sviluppata: è evidente che la storia originale era ben più lunga ed articolata (la graphic novel di Hiroshi Mori consta di 6 volumi) e che Oshii si limita ad abbozzare personaggi e situazioni, senza mai approfondire realmente ma ponendo semplici basi (tanto è vero che ha un certo punto è costretto a spiegare per filo e per segno quello che sta succedendo, anche lì senza mai approfondire realmente). Allora The Sky Crawlers non è altro che una serie anime mancata e che se quello che si è visto in sala fosse stato compattato in una puntata canonica di trenta minuti, sarebbe stata perfetta.
È un peccato perché in questo modo ci vanno di mezzo anche quei momenti dove i ritmi cadenzati stavano a pennello, e che - grazie anche alle stupende musiche di Kenji Kawai - raggiungono picchi di intenso lirismo (la scena del bacio, il finale). Le stesse atmosfere e i temi trattati perdono parzialmente, in questo modo, il loro valore e il loro interesse (lo stesso mondo in cui si svolge la vicenda, molto stilizzato, ma anche le implicazioni filosofiche inerenti i kildren - l'eterno tempo presente, i ricordi, il rapporto con il passato).
Rimane dunque, di tutto ciò, niente più di un'ombra, che incuriosisce, ma è inafferrabile. E rimane, c'è da consolarsi, lo straordinario impianto visivo (la splendida compenetrazione tra computer e disegno - e lo diciamo da detrattori dell'uso eccessivo del 3D in animazione) e sonoro (la già citata colonna sonora e lo splendido lavoro sul suono curato da Randy Thom della Skywalker sound, nonché uno dei collaboratori di Lynch).

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